Il pesce a Torino

Quello che più mi diverte in questo mio primo approccio allo scrivere è l’incredibile opportunità di leggere per avere spunti e, come nelle scatole cinesi, cerco notizie e i collegamenti si dipanano in ogni direzione, la curiosità corre dietro ogni stimolo.
Con il grande rischio di distrarmi, infatti così è successo.

Così imparo a preannunciare una prossima puntata che, in parte, disattendo. Forse voi lo saprete tutti, ma io mi sono davvero stupita a scoprire che a Porta Palazzo esistesse già il mercato del pesce a partire dal 1350. Cita la fonte:

“Il “codice della Catena” di Torino, riferibile al 1350, indica il mercato del pesce in piazza San Gregorio, uno slargo ora scomparso nei pressi della via del Palazzo di Città. Ai pescatori è fatto divieto di vendere pesce al di fuori dei banchi di detto mercato e comunque non oltre l’ora nona (tra le 14 e le 15) e il mercato è vietato ai pescatori forestieri”

Scopro poi che a Torino l’offerta annuale di uno storione alla mensa vescovile da parte del cero dei pescatori ha ricordato – sino all’Ottocento – gli antichi diritti sulle acque del vescovo-conte e sempre lo storione, famoso per la sua prelibatezza, divenne un piatto di pesce importante sulle reali tavole sabaude.

E, guarda un po’, in occasione dell’ormai prossimo Bocuse d’Or che si terrà a Torino il prossimo 11 e 12 giugno, il Vitello ha proprio scelto lo storione da inserire nel suo Menu Reale appositamente ideato per celebrare l’evento. Sincronicità.

Oltre agli spunti, i ricordi che riaffiorano e, con un misto di acquolina e fastidio, mi viene in mente quando si andava nel vercellese a cercar rane. Il desiderio di mangiarle, piccoline, fritte e croccanti rendeva tollerabile il tragitto in auto in cui, spesso, le ruote slittavano sulle stradine quando si incontravano gruppi di rane che passavano da una risaia all’altra.

Non mi dilungo sulla preparazione, vi voglio bene, ma si può intuire il perché non trovo così orrida “l’innovazione” di mangiare insetti. Sono decenni che ci nutriamo e godiamo dei sapori di rane, di lumache di terra e di mare come dei gamberetti di sabbia in veneto detti schia, così simili alle cavallette.

È proprio grazie ai Veneti, i primi a arrivare a Torino, seguiti a breve dai meridionali che, finalmente, il nostro panorama ittico si amplia, abbandonando il triste palumbo per aprirsi alle orate, ai branzini, ma anche alle cozze e ai succosi frutti di mare.

Oggi a Torino ci sono moltissimi banchi di pesce nei mercati della città, via Baltimora, corso Racconigi, corso Brunelleschi, che offrono una vasta e spesso eccellente varietà di pesci pescati in mare aperto o provenienti da allevamenti, ma per usi, tradizioni, abitazioni e lavoro, per me il Mercato è, da sempre, solo quello di Porta Palazzo.

Per il caffè da Tony e Lory, per le verdure dei contadini, Alberto, Bruna, Roberto, Marco. Per la carne di Grazia e Massimo, per i formaggi di Cristina e Nando e per il pesce di Beppe, amici prima e fornitori poi del Vitello, grande risorsa umana e professionale.

Invitare qualcuno a pranzo significa incaricarsi della sua felicità, diceva Brillat Savarin, e le emozioni che arrivano alla nostra bocca e al nostro cuore passano dalla relazione con chi i prodotti li propone e li vende, dalla fiducia, dalla passione, dalla maestria di chi li prepara e dall’amore con cui vengono proposti.
Se poi le maestrie e le passioni si uniscono……

Luisa

Fotografia: Davide Dutto

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